Gli algoritmi che “governano” le piattaforme digitali, non sono “strumenti neutri”. La loro “presenza di sottofondo” influenza il nostro comportamento nelle piattaforme digitali.

Le piattaforme digitali che utilizziamo ogni giorno sono un pò come degli “ambienti” e ogni ambiente (che sia fisico o virtuale) ha una influenza sulle persone che lo abitano o che ci transitano.

Cosa succede quando facciamo una ricerca su Google? Oppure quando accediamo ad un social network?

In una frazione di secondo ci vengono date risposte (la lista dei risultati della ricerca di Google) o proposti contenuti da scorrere nelle nostre bacheche sui social network.

Sono “gli algoritmi” che scelgono cosa mostrarci provando ad interpretare i nostri desideri o le nostre domande / ricerche.

Per farlo si basano su tantissimi “fattori” (che possono anche variare da Paese a Paese), spesso non noti (e protetti da brevetti per l’alto valore che rivestono per le aziende che li hanno creati e che quotidianamente li modificano, affinano, migliorano, cambiano ecc.).

In generale come utenti sottovalutiamo “l’acqua in cui nuotiamo“, siamo abituati a pensare, che siamo sempre e soltanto noi a scegliere, a guidare i nostri percorsi di navigazione sulla Rete.

Non è sempre esattamente così. Tanto che, solo per fare un esempio, da molto tempo si parla tra gli “addetti ai lavori” di “neuromarketing” che, appunto, nasce per cercare di portare l’utente a compiere determinate scelte, per esempio effettuare un’azione di un qualche valore economico (acquistare un prodotto, chiedere un preventivo ecc.).

Certo è vero che non tutte le persone reagiscono allo stesso modo ad uno “stimolo” (lo stesso vale anche per la pubblicità “tradizionale” che non “colpisce sempre” tutte le persone in egual misura) anche per questo molto spesso vengono fatti dei “test” sulle piattaforme digitali proponendo a campioni di utenti una nuova interfaccia o semplicemente un “nome” diverso per un pulsante su cui l’utente “deve” cliccare, per valutare “l’impatto” di tale modifica ed eventualmente estenderla a tutti gli altri utenti.

Gli algoritmi delle piattaforme digitali mediano tra noi e le “troppe” informazioni presenti in Rete

Quanti contenuti vengono prodotti sulla rete ogni ora?

Tantissimi.

In particolare oggi con la proliferazione dei contenuti prodotti dagli utenti, dai bot (software) che producono contenuti automaticamente, dalle aziende (sempre di più coinvolte nella creazione di contenuti “in giro sulla rete” per promuoversi o rendere “nota” l’esistenza di un prodotto//servizio o di un “bisogno” ecc.), da chi con i contenuti di un blog prova a pagarci le bollette, dagli editori più o meno “tradizionali” ecc. Più o meno tutti (umani e non) creiamo contenuti.

Serve quindi una “mediazione”, per fare un esempio quando cerchiamo qualcosa su Google, il motore di ricerca NON potendo mostrarci tutti insieme (ed allo stesso livello di “importanza) i contenuti “individuati” come possibili “risposte” alla nostra ricerca, li “classifica” e ce ne mostra 10 per pagina, scegliendo quei contenuti che ritiene (l’algoritmo) maggiormente attinenti alla nostra ricerca 🙂

I contenuti in Rete sono tanti, di conseguenza (quando utilizziamo le “piattaforme digitali”) viene operata una scelta, che sia la bacheca di un social network che ci mostra contenuti, che siano risultati della ricerca di Google che deve trovare una “risposta” spesso tra milioni di possibilità.

Le informazioni che vediamo sono quindi gestite da Algoritmi:

Algoritmo: processo logico formale strutturato in passaggi logici elementari che conduce a un risultato ben definito in un numero finito di passaggi. Definizione tratta da: Ippolita, Tecnologie del dominio

Gli algoritmi non sono pubblici ma sono creati ed aggiornati costantemente da grandi aziende private

Gli algoritmi delle piattaforme digitali che utilizziamo quotidianamente per acquistare, informarci magari sul Covid-19, curiosare, intrattenerci sono gestiti da multinazionali private ed è abbastanza normale che ad esempio Google e Facebook abbiano come obiettivo principale quello di fare profitti… al di là della “narrazione di marketing sulle nobili intenzioni scritte sulle mission”. 

Sono inoltre tutelati da brevetti e nessuno conosce esattamente come funzionano (l’apertura all’open source delle big tech meriterebbe un approfondimento a parte dati gli indubbi vantaggi economici, per le piattaforme) per questo non sono trasparenti (come lo sono sempre di più le nostre attività sulla rete) ma opachi (come giustamente mette in evidenza il librino sopracitato del gruppo Ippolita).

Non a caso, noi “addetti ai lavori” ci confrontiamo, discutiamo, litighiamo su “come funzionano questi algoritmi” e su come creare contenuti che siano GRADITI a questi algoritmi. Vengono anche costantemente “aggiornati”, per fare un esempio Google dichiara di realizzare centinaia e centinaia di piccoli e grandi “aggiornamenti” ogni anno che possono impattare profondamente i “risultati della ricerca”.

La domanda da porsi è: come è possibile che queste piattaforme pur facendo enormi profitti, richiedendo il lavoro di sviluppatori, analisti, sistemisti, valutatori dei contenuti ecc. oltre all’impiego di risorse fisiche enormi (il “cloud” è fisico, sono server, datacenter di proprietà delle piattaforme) siano ad accesso “gratuito“?

Monetizzazione tramite pubblicità personalizzate in base ai nostri comportamenti 

Una delle caratteristiche comuni alle piattaforme digitali che utilizziamo quotidianamente (Google per le ricerche, Facebook, Instagram, YouTube ecc) è che guadagnano dalla vendita di inserzioni pubblicitarie (oramai onnipresenti), gli annunci che più o meno tutti noi visualizziamo nelle nostre sessioni di navigazione in Internet.

Le piattaforme digitali dunque generano enormi profitti grazie ad inserzioni pubblicitarie che vengono personalizzate in base alle attività online di noi utenti.

Siamo costantemente bombardati nelle nostre navigazioni in rete da messaggi pubblicitari, più o meno “velati“, più o meno “nascosti” e molto spesso ridondanti (vediamo un “messaggio” similare anche 10 volte nell’arco di pochi giorni).

Generalizzando si va dall’articolo // post promozionale (a volte non dichiarato come tale) cui ci imbattiamo facendo una ricerca su Google, all’inserzione georeferenziata quando cerchiamo qualcosa (gli annunci a pagamento di Google), alle pubblicità che arrivano sulla nostra bacheca Facebook (o LinkedIn o Instagram… su WhatsApp molto presto) sulla base dei nostri comportamenti, interazioni (che determinano i nostri “interessi” all’interno delle piattaforme) o del nostro profilo demografico (sesso dichiarato, dove diciamo di risiedere, età, professione ecc.).

Penso che ora sia più chiaro perché si usa tantissimo il termine PROFILAZIONE.

Siamo costantemente profilati come utenti che accedono alle piattaforme digitali.

In sostanza la “profilazione” avviene grazie alle nostre interazioni, click, commenti, mi piace che consentono agli algoritmi di provare ad estrarre (dai nostri comportamenti) i nostri gusti, i nostri hobby, i nostri “bisogni” più o meno reali e quindi mostrarci inserzioni pubblicitarie (di aziende che fanno pubblicità dei loro prodotti o servizi sui canali digitali) su cui è più probabile che manifesteremo un qualche interesse.

Semplificando, ci sono quindi diversi attori (e non sono certo “sullo stesso piano” e non è detto che abbiano interessi che coincidono) i principali che mi vengono in mente:

  1. Noi utenti singoli che ci auto-profiliamo con le nostre azioni quotidiane sulle piattaforme digitali che, ricordiamolo, possono [le piattaforme digitali] in qualsiasi momento modificare a loro insindacabile giudizio l’ambiente in cui agiamo (per esempio l’interfaccia grafica su cui interagiamo o le “regole contrattuali”) o decidere che un “servizio” non esiste più.
  2. Le piattaforme che aggregano i nostri dati e li mettono a disposizione di aziende, associazioni o persone che vogliono veicolare messaggi, (quindi vendendo “inserzioni” che si basano sui nostri dati aggregati).
  3. Le aziende (o associazioni, o anche singole persone) che desiderano fare pubblicità mirata // marketing e che di conseguenza scelgono un “pubblico” cui mostrare le loro inserzioni ed acquistano uno “spazio pubblicitario interattivo” o che vogliono incrementare la loro visibilità quando gli utenti cercano i loro prodotti o servizi su Google (o su un altro motore di ricerca).
  4. Gli addetti ai lavori del digitale (blogger, agenzie di marketing, seo, web designer, copywriter, influencer, social media manager etc.) che lavorano affinché alcuni contenuti // messaggi finiscano nelle ricerche o nelle bacheche degli utenti.
  5. Leggi che regolamentano (o cercano di farlo) il digitale, la pubblicità, cosa è “lecito” e cosa ti può “mandare in galera” (si pensi ai purtroppo tanti blogger che in alcuni paesi sono finiti in carcere per cosa hanno scritto sui loro siti o social) ecc, le connessioni ad internet, la libertà di opinione ecc. Che variano da paese a paese e che possono portare ad accordi tra Piattaforme digitali e Stati (tantissimi sono i casi).

Tornando al “funzionamento” degli algoritmi, visto che le “parole sono importanti” (come sanno tutte le persone che sul digitale o meno si occupano di contenuti) e plasmano il nostro modo di pensare, ci “inducono” emozioni, è importante chiedersi da dove nasce “profilazione”, o quantomeno, forse è interessante chiederselo.

Il termine deriva da “profiling” una parola che in origine indicava [e tuttora indica] il metodo con cui i criminologi tracciano il profilo di un “sospettato“.

Lo vediamo spesso nel cinema poliziesco quando il poliziotto prova a fare un “profilo del criminale” che sta cercando ovvero una: “descrizione del profilo psicologico e comportamentale dell’autore di un crimine.

profilazione s. f. [in marketing]: Stesura di un profilo, mediante l’identificazione e la raccolta dei dati personali e delle abitudini caratteristiche di qualcuno.” http://www.treccani.it/vocabolario/profilazione_%28Neologismi%29/

Siamo produttori oltre che consumatori quando interagiamo sulle piattaforme digitali

Non è esaustiva l’affermazione che gira da tanti tanti anni “se è gratis il prodotto sei tu”, c’è molto più di questo, siamo anche veri e propri produttori (come utenti che “vivono” quotidianamente nelle piattaforme digitali).

Creiamo [con le nostre micro-interazioni] il “valore economico” che viene ottenuto dai “nostri dati”.

Costruiamo i dati che servono a profilarci e quindi a “vendere” inserzioni pubblicitarie, grazie ai quali le piattaforme digitali possono vendere “inserzioni pubblicitarie” alle aziende. Siamo noi che produciamo i “big data” collettivamente, tanto che si parla della necessità di trattarli come “bene comune“.

Non è facile astrarsi dall’ambiente mediale che fruiamo ogni giorno, ma è indubbio che il valore economico delle piattaforme digitali venga misurato anche dal numero di utenti (persone) attivi/e che le utilizza (stesso ragionamento per gli “influencer” che pubblicizzano prodotti//servizi ai loro “follower”), siamo quindi produttori dei dati che consentono alle piattaforme di profilarci e vendere inserzioni pubblicitarie mirate e diventiamo consumatori (una dimensione che mi sembra sempre più invasiva sulla rete) quando visualizziamo le inserzioni pubblicitarie sulle nostre bacheche, nelle nostre ricerche o quando navighiamo in rete. Insomma quando stiamo ore ed ore sui social a ca**eggiare stiamo lavorando per una “migliore profilazione” 🙂

Mi ricorda anche certi appelli all’autenticità (bel vantaggio per un sistema di profilazione avere persone che condividono // postano // interagiscono senza distinguere ad esempio sfera privata e pubblica, contesto ecc.), a pensare di essere “marchi//brand” (una debordante sfera “professionale”) concetti anzi visioni che trovo sbagliati.

Nel “mezzo” (tra utente, piattaforma, azienda che vuol farsi pubblicità), alle volte, ci siamo “noi addetti ai lavori” che cerchiamo di fare il possibile affinché determinati contenuti finiscano nelle ricerche e nelle bacheche degli “utenti giusti” (non sempre riuscendoci ma è altro discorso) 🙂

“Il prodotto lo stiamo creando noi [persone], i nostri dati sono la “merce” che viene venduta”.

Si comincia a “leggere” (da diversi anni per la verità) di richieste di far partecipare gli utenti ai “guadagni” delle piattaforme… ok, ma teniamo sempre presente la domanda fondamentale: davvero tutto deve essere basato sull’economia? Penso che si debba cominciare a discutere di questo dogma (primato assoluto della dimensione “economica”) anche sul digitale. In sintesi al primo posto dovrebbe sempre esserci la promozione del benessere sociale ed individuale (e non gli interessi economici delle grandi piattaforme).

Visualizziamo soltanto i contenuti “che ci meritiamo”?

Il nostro comportamento online influenza cosa vedremo in rete in futuro.

Lo proviamo tutti i giorni:

  • cerchiamo un libro di storia in rete e per 30 giorni ci vengono riproposti annunci che provano a venderci libri di storia ovunque (o quasi) navighiamo
  • interagiamo con una pagina Facebook e vedremo di più i contenuti di quella pagina o di “pagine considerate simili dall’algoritmo di FB”
  • guardiamo un video di un certo genere musicale su YouTube ed eccoci che quella tipologia di musica ci verrà mostrata più spesso… e così via….

Ritenere che siamo solo noi gli unici arbitri di “cosa ci viene proposto sul web” [potrebbe essere uno slogan tipo: ognuno di noi ha l’algoritmo che si merita!] è parziale (esattamente come “se è gratis il prodotto sei tu“), e forse anche un pò “ideologico” (non “esistono solo gli individui” e le loro azioni come singoli, viviamo in società e culture complesse).

Tornando al Digitale Diffuso, il “singolo/a utente” compie azioni in relazione con una interfaccia (su cui non decide) “governata” da un algoritmo opaco (un esempio di “opacità”: le “liste di utenti speciali” emerse grazie all’inchiesta del Wall Street Journal) di proprietà di una multinazionale privata che crea profitti vendendo pubblicità sulla base delle nostre interazioni online, che crea profitti più che restiamo sulla piattaforma, clicchiamo ed interagiamo con essa [solo per fare un esempio, si è molto parlato degli interessi in campo nella proliferazione delle fake news sul Covid – questo il report di cui ha anche parlato il Presidente degli USA Biden relativamente alla proliferazione di disinformazione anche grazie al “modello di business” di Facebook].

Senza scomodare le influenze della cultura di riferimento.. oppure il grado di “alfabetizzazione informatica” di ognuno di noi (inteso in senso ampio), la “possibilità di fermarsi ed approfondire”, la “visione del mondo” sottostante ad alcune scelte delle piattaforme digitali e potrei continuare all’infinito.

Basta questo, credo, a considerare che non siamo gli unici ed esclusivi arbitri dei nostri destini “on-life” (mentre siamo costantemente “bombordati” da questa visione). Anche  per questo è importante aumentare la nostra consapevolezza digitale capire come gli ambienti mediali ci influenzano ed in che misura, nel nostro piccolo, è lo spirito che cerchiamo di portare avanti nell’ambito di Radio Diffusa 🙂

Dovrebbe ora essere più chiaro un altro elemento molto importante che sta caratterizzando una parte significativa della nostra fruizione della rete (che, ricordiamolo, passa sempre di più attraverso pochi grandi siti web // piattaforme digitali di proprietà di multinazionali che vendono pubblicità basata sulle nostre abitudini, interazioni in rete).

Echo-chamber (definizione dal sito della Treccani – http://www.treccani.it/vocabolario/echo-chamber_(Neologismi)/).
Nella società contemporanea dei mezzi di comunicazione di massa, caratterizzata da forte interattività, situazione in cui informazioni, idee o credenze più o meno veritiere vengono amplificate da una ripetitiva trasmissione e ritrasmissione all’interno di un àmbito omogeneo e chiuso,
in cui visioni e interpretazioni divergenti finiscono per non trovare più considerazione. (…) la tendenza ad aggregarsi con persone con le stesse attitudini e interessi [è] un processo determinante sia nel rinforzare l’echo-chamber sia nel determinare la dimensione di un processo virale“.

Sempre generalizzando un “funzionamento” comune tra le piattaforme digitali, queste ci mostrano quello che pensano [gli algoritmi] ci “piacerà” (la dimensione dell’intrattenimento mi pare sia diventata prevalente) o su cui abbiamo più probabilità di interagire, più che “lavoriamo per le piattaforme” e più che cresceranno i dati attraverso i quali gli algoritmi potranno mostrarci anche inserzioni pubblicitarie mirate. Nel caso della “ricerca di Google” le “risposte” che sembrano più in linea con cosa abbiamo digitato sul motore ma anche con le nostre precedenti abitudini di navigazione, e chissà se sono davvero le “migliori risposte” oppure le “uniche risposte possibili” 🙂

Questo ci porta sui Social a vedere contenuti spesso molto simili tra loro, o a fruire sempre più di contenuti legati all’intrattenimento, o ad essere stimolati a “fare qualcosa”, “scrivere qualcosa”, “cliccare da qualche parte” oppure a “scorrere” fino a trovare qualcosa di (finalmente) interessante su cui vale la pena soffermarsi e magari interagire (e continuare la nostra auto-profilazione). Quantità di azioni rapide e veloci….. a discapito della “qualità”.

Per questo si parla di “bolle” in cui siamo “immersi” e di possibilità, per tanti utenti, di restare “prigionieri” nelle proprie bolle con poche possibilità di imbattersi in opinioni e pensieri diversi rispetto alle proprie credenze (e a quelle della propria cerchia di amicizie) e forse anche per questo, alcuni utenti, quando si imbattono in “opinioni diverse dalla loro” preferiscono risolverla con l’insulto (facilitato anche dalla fretta, da reazioni emotive, sfoghi di rabbia ecc.) oppure possiamo rimanere attratti da “fantasiose teorie” che però trovano consenso nella nostra bolla o ci paiono verosimili.

Questo processo porta un enorme beneficio economico alle piattaforme digitali, ma porta davvero un benessere a noi utenti? E alle nostre comunità? 

Sugli aspetti legati a fake news e disinformazione rimando a:
https://www.marcopini.info/contrastare-la-diffusione-di-fake-news-grazie-ai-principi-della-media-education/

Gli algoritmi sono stati creati da persone che hanno la loro visione del mondo, i loro obiettivi economici ecc.

Nel film “The Social network” (sulla storia della nascita di Facebook) a un certo punto del film c’è una battuta che spiega molto bene una determinata “visione del mondo”:

“Un milione di dollari non è fico… Sai cos’è fico?! Un miliardo di dollari.”

Mi viene spontanea una battuta, strano, avrei invece giurato che era figo “aiutare le persone a restare in contatto tra di loro”  come vuole la narrazione… 🙂

Fin dalla loro creazione gli algoritmi vengono creati e progettati sulla base di determinati “fattori”, escludendone altri possibili.

Un pò come quando facciamo una fotografia scegliamo l’inquadratura escludendo altre possibilità.

Sono creati [gli algoritmi di Google e Facebook ad esempio] da persone, dunque manifestano anche la “visione del mondo” dei loro creatori, per esempio il loro concetto di “miglior risultato possibile“ (nel caso di Google).

Faccio un esempio, tra i tanti possibili, che riguarda la SEO (search engine optimization – fare in modo che un contenuto sia “gradito” agli algoritmi dei motori di ricerca).

Per migliorare la visibilità di un sito internet su Google sono molto importanti i link che altri siti fanno verso una risorsa web/pagina web  (tutti i manuali di SEO lo confermeranno e credo tutti i miei colleghi SEO) ed è così fin dalla nascita di Google.

Questo perché l’algoritmo di Google dà rilevanza ai link (considerati come “voti” verso una determinata risorsa web) fin dalle sue origini e tuttora è nella “mission” di Google:

https://about.google/intl/it/philosophy/

alla “verità 4” si legge:
“La Ricerca Google funziona perché si basa sui milioni di individui che pubblicano link su siti web per determinare quali altri siti offrono contenuti utili”.

Una sorta di “voto”. Non entro sul concetto di “democrazia” (che per me è ben più profondo di una “conta“…) perché sarebbe lunga ed in parte ne abbiamo parlato con il mio collega Walid Gabteni nell’ambito di Radio Diffusa (in fondo a questo Post trovi il “podcast” se ti va di ascoltarlo, fa anche parte del nostro libro Digitale Diffuso).

Altro riferimento alla “nascita” di Google ed ai link (se ci pensiamo la caratteristica attraente della Rete Internet è la sua “apertura”, il suo “decentramento”):

L’idea è nata ispirandosi al modo in cui gli scienziati “misurano l’importanza” dei paper scientifici. Questo si fa guardando il numero di citazioni fatti da altri paper scientifici a quello preso in esame. Sergey e Larry [gli “inventori” di Google] studiano questo concetto e lo applicano al web misurando le citazioni (i link) tra le pagine.” (https://ahrefs.com/blog/it/google-pagerank/)

Gli algoritmi possono essere “manipolati”?

La SEO (per continuare nell’esempio, ma se ne potrebbero fare tanti altri su altre piattaforme, per esempio quelle i cui algoritmi vengono influenzati da “likes” e “condivisioni”. Si pensi ai tanti utilizzi politici da parte degli stati dei “bot automatici” – se ti interessa guarda “Cosa sono i bot e come influenzano l’opinione pubblica” ) può esser vista anche come un tentativo di manipolazione dell’algoritmo di Google per esempio acquisendo link (nella pratica quotidiana NON tutti i link (noi SEO lo sappiamo bene quanto sia difficile ottenere “link spontanei”) sono “citazioni naturali//spontanee” ma vengono anche acquisiti in altro modo, per esempio dietro un corrispettivo economico, per tornare alla dimensione “economica” della rete e alla proliferazione di contenuti, che magari hanno solo lo scopo di “piazzare un link” verso un sito web).

Non sto dicendo che è tutto “manipolato” anzi non lo penso sarebbe troppo facile ed è bene cominciare a diffidare delle semplificazioni, e che tutti i link sono costruiti in modo artificiale senza creare un contenuto di valore (parola purtroppo abusata), che “arricchisca” la rete, o che Google non sia il motore di ricerca migliore (tra quelli che uso io almeno lo ritengo il migliore, e poi ci lavoro quotidinamente) ma che è fondamentale, in prima battuta, che si conosca il funzionamento dei luoghi dove ogni giorno “entriamo” per chattare, leggere, ricercare, informarsi, interagire… e penso anche che chiunque di noi si sia imbattuto in contenuti creati solo per finalità di “manipolazione” dell’algoritmo (nota da addetto ai lavori: Google da sempre cerca di correre ai ripari con appositi filtri contro la pratica della “link building” che rimane un’attività complessa da fare e che ha il suo “fascino” 🙂 ). Ma questo non vuol dire che, per fortuna, la rete non sia piena anche di contenuti di approfondimento, che ci fanno scoprire nuove cose, che ci fanno incontrare altre persone 🙂

Interfacce progettate per favorire le Dipendenze Digitali?

Si parla tantissimo di dipendenze digitali in termini psicologici (giustamente) voglio invece fare una piccola riflessione intorno alle “interfacce” su cui operiamo quotidianamente “insieme” agli algoritmi e che, come abbiamo visto, possono contribuire a farci “rimanere nelle piattaforme digitali” (si tende sempre di più a creare ambienti “chiusi” sul web, anche per questo abbiamo invece scelto una strada diversa: un LIBRO DIFFUSO sul DIGITALE DIFFUSO con contributi “in giro” sulla rete).

Anche le interfacce con cui interagiamo non sono “neutre”

Le interfacce sono gli elementi (l’arredamento) che troviamo quando accediamo ad un sito web, ad un motore di ricerca, quando entriamo in una applicazione o accediamo ad un programma.

Non sono solo un “elemento decorativo” o “tecnico”, sono funzionali a “determinati obiettivi”. Ricordiamoci che più usiamo le piattaforme, più veniamo profilati, più che affiniamo la nostra auto-profilazione e più che cresce la possibilità di vendita delle inserzioni pubblicitarie (Su “qualsiasi cosa” per esempio di prodotti di cui non sapevamo neanche l’esistenza, figuriamoci se ne sentivamo il “bisogno”, oppure di pregiudizi su minoranze, che possono diventare funzionali per conquistare qualche voto in più)

Le interfacce sono un insieme visuale di elementi: testi, icone, grafiche dove i “designer”, i programmatori, i marketer… i “webbari” decidono quali elementi mettere in rilievo, su quali “pulsanti” deve cadere la nostra attenzione.

Le interfacce possono influenzare il nostro comportamento ad esempio su un sito web con:

  • Elementi a cui viene data priorità. Per fare un esempio pensa a quando vai sul sito di un giornale qual’è la prima cosa che noti? Probabilmente il titolo del primo articolo mentre noterai meno la “partita iva” posizionata nel fondo della pagina.
  • Dimensioni e formattazione. Un testo più grande e colorato attira di più l’attenzione dell’utente [per esempio diversi anni fa l’avviso di nuove notifiche su Facebook è stato cambiato da verde a rosso proprio con l’obiettivo di ottenere maggiore attenzione dall’utente].
  • Testi. Non solo i contenuti // articoli ma anche il così detto microcopy. Anche cambiare l’etichetta di un pulsante può fare una differenza enorme (specie su siti web complessi con tanti contenuti). Le così dette “CTA” (call to action, chiamate all’azione per l’utente, dove l’utente dovrebbe cliccare) più evidenti ed “appetibili“.
  • Immagini ed icone. Che possono guidare l’attenzione dell’utente
  • Percorsi di navigazione. Per esempio perché su FB è molto facile postare qualcosa e molto più complicato trovare come cancellarsi dal social network?

Potrei continuare con tanti altri esempi (anche presi in prestito dalla mia attività professionale quotidiana come “ux e progettista web”) ma spero di aver reso l’idea di quello che voglio dire.

Le interfacce (anche senza scomodare il cd “neuromarketing” o il concetto di “copy persuasivo“) sono strutturate per provare a far compiere agli utenti determinati percorsi (spesso questi due “approcci” sono collegati più o meno velatamente con “ti regalo qualcosa, intanto però lasciami la mail” che poi così ti posso provare a vendere qualcosa (sto generalizzando lo so), ah, anche per questo NON ti chiediamo la mail per scaricare il nostro Digitale Diffuso o il precedente Generazioni a confronto).

Questo significa che tutti faremo le stesse azioni sulle interfacce? Assolutamente no, sarebbe troppo “semplicistico” ma è indubbio che ci saranno utenti (persone) magari meno “formati o consapevoli” o semplicemente più distratti o frettolosi o più motivati // pronti ad effettuare un’azione specifica, che saranno “indotti” a seguire o credere maggiormente a quello che l’interfaccia propone esattamente, mi si perdoni il paragone un pò forzato, come quando si diceva “è vero, l’ha detto la tv”.

Provo a fare un esempio più esteso…. prendendo a riferimento Facebook.

L’interfaccia di Facebook invita costantemente ad “agire velocemente”

L’importante è che fai qualcosa (click, mi piace, commento, condivisione….), agisci rapidamente, del resto non ci viene ripetuto spesso che la velocità è un valore in sè? (ovvio che non sono daccordo, la velocità non è un valore sempre positivo, dipende…)

Un post su un social, lo scopriamo subito, dura poco tempo prima di essere dimenticato, perché il meccanismo è quello di “scorrere” fino a quando qualcosa di “sensazionale” attira la nostra attenzione e ci fa “fermare“ e ci “premia”.

Uno scroll infinito (inventato dal “pentitoAza Raskin), simile al meccanismo e allo scroll delle “slot machine” e delle cosidette ricompense casuali, quando scriviamo un post o mettiamo una foto non sappiamo “quanto piacerà” quanti “like” riceveremo questo ci spinge a tornare sulla piattaforma o a lasciare accese le notifiche.

Anche quando scrolliamo l’interfaccia di un social non possiamo sapere quale sarà il contenuto (selezionato per noi dagli algoritmi) che attirerà la nostra attenzione questo ci invoglia a “rimanere sulla piattaforma” e crea una sorta di “dipendenza“, quanti di noi passano tempo a scrollare Facebook o TikTok o a navigare sui video di YouTube perdendo il controllo del “tempo” oppure quanti di noi sono “dipendenti” dalle risposte su WhtasApp o si allarmano se ad una mail non viene risposto in tempo reale oppure scrivono la stessa informazione su più canali disperdendo il tempo anziché guadagnarlo, della serie “ti scrivo su WhatsApp che ti ho mandato una mail, ricevuta?” (un’ansia digitale generalizzata, spesso inutile).

Cosa accadrebbe se l’interfaccia di Facebook ci avvisasse prima di postare un commento con un messaggio “Sei proprio sicuro di voler commentare questo post? Hai riletto quello che hai scritto?”.

Pensi che questa modifica all’interfaccia di Facebook potrebbe influenzare il “numero di messaggi che ogni giorno vengono lasciati su Facebook”?

Non correre ma fermarsi a riflettere

Non si tratta di auspicare un ritorno all’analogico (pur amando molto il suono di certi vinili), ma in prima battuta di aumentare la consapevolezza mentre usiamo il digitale, di comprendere gli interessi economici in campo, la visione del mondo digitale in gioco, di darsi delle alternative off-line anche di socialità, di contrastare la preponderanza della dimensione economica e di marketing presente in rete e in generale nella nostra società dei consumi (come se tutto fosse riconducibile ad essere una merce, addirittura un brand individuale da esporre e “vendere” oppure dei consumatori e stop, una visione davvero limitata e triste dell’essere umano, anzi penso che sia esattamente la negazione dell’umano), di rivendicare usi alternativi e conviviali degli spazi digitali magari “dirottandone” il significato iniziale verso altri scopi da trovare insieme, di non aver paura di conflitto e pensiero critico, di riflettere sul fatto che anche il digitale inquina ed è energivoro, che i materiali con cui i nostri dispositivi digitali (spesso caratterizzati da una obsolescenza tecnologica accelerata) sono estratti  sfruttando spesso il lavoro (anche minorile).

Insomma provare a fare un percorso che vada al di là della “cornice” proposta dalle piattaforme digitali. Noi addetti ai lavori abbiamo una grande responsabilità e spesso invece ci fermiamo  a ragionare ore, giorni, mesi sempre e solo sulle stesse questioni che so “ma quanto deve essere lungo un titolo?” – “non invitare gli amici a mettere likes sulla pagina” – “il link lo metto nei commenti quando faccio un post sui social?” [Domande utili nel lavoro quotidiano, non lo nego]. Mi chiedo se, oltre agli aspetti tecnici, oltre le stesse citazioni dagli stessi libri (o da libri diversi che però dicono le stesse cose)…. non possiamo anche andare oltre ad una visione del digitale che trovo sempre più appiattita, ristretta alla visione del mondo delle GAFAM (acronimo che indica le grandi multinazionali tecnologiche dell’Occidente – Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft).

Nel nostro piccolo, cercheremo di “uscire dalle Bolle per riveder le stelle” sia come “lavoratori/lavoratrici del digitale” sia con la nostra iniziativa “Radio diffusa”, sia con il nostro librino “digitale diffuso” a partire dal quale vogliamo costruire un dibattito orizzontale e conviviale .

E quindi? Che si fa?

Non ho risposte ma prevalentemente dubbi, interrogativi, domande e voglia di confrontare le idee per provare ad immaginarci una tecnologia al servizio di tutta l’umanità!

Penso che la realtà la si capisca considerandola [insieme] nella sua complessità: le strutture economiche e sociali, la cultura di una determinata civiltà, le sotto-culture, le credenze maggiormente diffuse e le azioni dei singoli che agiscono quotidianamente nel “digitale diffuso“, i “rapporti di forza” tra differenti visioni del mondo.

Penso che abbiamo “rinchiuso” il digitale in una dimensione limitante, economicista, tecnicista.

Penso, ad esempio, che sia anche importante valutare la qualità del tempo che passiamo dentro al digitale.

Il tempo che passiamo su internet e sui social aumenta infatti a dismisura e tutte le ricerche ci dicono che stiamo sempre più tempo su internet.

Ma non basta “dare i numeri” urge farsi domande (esempio di ricerca su quanto stiamo online https://wearesocial.com/it/blog/2021/01/digital-2021-i-dati-globali) perché spendiamo sempre di più tempo sul digitale? Al posto di quali altre attività? A cosa rinunciamo? Cosa guadagniamo dal tempo investito nel Digitale Diffuso? Quanto le piattaforme ci spingono a “stare connessi” e/o a “spendere tempo” su di esse? Cosa facciamo “di preciso” quando siamo connessi? Come queste attività digitali ci cambiano? Quali sono le opportunità? Quali i vantaggi del digitale diffuso e perché li riteniamo tali? Quali sono i costi e i risvolti sociali? Ci sono effetti sulla nostra memoria e sul nostro “essere”? Quali impatti sulle giovanissime generazioni e sui bambini ha questo restare connessi? Quanto stress accumuliamo nell’ansia di rispondere sempre, anche la domenica, alle mail di lavoro? Quanto influisce su di noi avere sui nostri profili contemporaneamente: amici, colleghi, conoscenti, familiari (il cd collasso del contesto)? E tante, tante altre domande che ci aiuteranno a comprendere la realtà (anche) del digitale e degli algoritmi, capire è sempre il primo passo per cambiare in meglio la realtà 🙂

Anche di questo stiamo parlando nella “nostra” Radio diffusa ed abbiamo “lanciato” un sondaggio (volutamente breve) sulle “distrazioni e dipendenze digitali” se ti va di compilarlo.

Per approfondire, qualche librino e qualche linketto:

  • Jacopo Andreoni, La macchinazione. Realtà virtuali e web illusioni, Prospettiva edizioni
  • Miguel Benasayag, La tirannia dell’algoritmo, Vita e pensiero
  • Byung-chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale, Nottetempo
  • Ginox, Cyber Bluff, Eris Edizioni
  • F. Granata, Ecologia dei media, Franco Angeli
  • Maura Guancitano, Andrea Colamedici, La società della performance.Come uscire dalla Caverna, Tlön
  • Ettore Guarnaccia, Generazione Z: Fotografia statistica e fenomenologica di una generazione ipertecnologica e iperconnessa, Independently published
  • Ippolita, Tecnologie del dominio, Meltemi
  • Ippolita, Nell’acquario di Facebook, Ledizioni
  • Ippolita, Il lato oscuro di Google, Le milieu
  • Jerri L. Ledford, Search Engine Optimization Bible 2nd Edition, Willey
  • Andrea Miconi, Surplus Digitale, EGEA
  • Andrea Miconi, Teorie e pratiche del Web, il Mulino
  • Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press
  • Manfred Spitzer, Demenza Digitale, Corbaccio
  • Millennium bug. Una storia corale di Indymedia Italia, Edizioni Alegre
  • Salvo Vaccaro, Gli algoritmi della politica, Elèuthera
  • Judy Wajcman, La tirannia del tempo. L’accelerazione della vita nell’era del capitalismo digitale, Treccani
  • Come “funziona” Google (inizia da qua):
    https://support.google.com/webmasters/answer/70897?hl=it
  • Come “funziona” Facebook (inizia da qua):
    https://www.facebook.com/terms
  • https://www.adbusters.org/
  • Qualche film e documentario sul digitale diffuso

Podcast in tema da Radio Diffusa (entrambi presenti nell’ebook Digitale Diffuso):

Walid Gabteni – Il Page Rank è democratico?

Federico Gagliarde – Un digital marketing etico è possibile?

Tutti i Podcast di Radio Diffusa su “Tecnologia e marketing”