Distrazioni Digitali un nuovo sondaggio
anticipa il nostro secondo Ebook

Tu chiamale se vuoi distrazioni digitali… Battisti e Mogol avrebbero tradotto così quanto sostenuto dai neuroscienziati, lo tsunami di avvisi e messaggi mina pesantemente la capacità di concentrazione, ponendo sfide costanti alle nostre reti di neuroni che regolano l’attenzione.

Viviamo nell’era delle connessioni virtuali e indietro non si torna, certo. Sarebbe ingenuo inveire contro la rivoluzione tecnologica, però lo sarebbe altrettanto non pensarci ed approvare acriticamente e con grande entusiasmo tutto quello che arriva dall’industria del “digitale”.

Siamo degli habitué delle distrazioni digitali.

Le giornate si compongono di compiti frammentati, abbandonati e rincorsi, che magari portano alla convinzione di aver fatto molto, di essere stat* produttiv*, anche se si è concluso poco e le notifiche saranno li a ricordarci tutte le cose che non abbiamo fatto… che abbiamo rimandato.

Quanti “momenti” passiamo a controllare compulsivamente le mail? Quanta ridondanza nelle informazioni di cui fruiamo?

Più informazione a disposizione non necessariamente equivale a maggiore conoscenza.

Solo per fare un esempio, non possiamo sostituire la “conoscenza” con una mole infinita di “dati”.

Lo vediamo, almeno in parte, anche in questi terribili mesi di pandemia da Covid-19, tanti dati, bollettini, numeri che, non ci stanno aiutando a comprendere meglio (viene almeno qualche dubbio in proposito), tanto che l’OMS parla (già febbraio 2020) di “infodemia”.

Esattamente come tante interazioni con gli “amici di Facebook” non equivalgono automaticamente a maggiore socialità e convivialità. 

Tanto, “di più” non significa necessariamente migliore!

Spesso ci lasciamo rapire, come ipnotizzati dal canto di una sirena, diventando strumenti dei nostri (presunti) strumenti, spesso ci scopriamo a dover “occupare il tempo” accedendo allo smartphone senza un obiettivo preciso, un pò come per le generazioni precedenti avviene (anche oggi) davanti alla TV.

Navigare in una “bolla”: i social ci mostrano ciò che a noi è più vicino, per opinione o affinità.

Sulle piattaforme social (ma non solo) siamo accostati, “clusterizzati” a chi la pensa in maniera simile a noi:

Abitiamo in una splendida bolla che ci spinge al “conformismo” e siamo (anche) un prodotto “felicemente” condizionabile ed “acquistabile”, sui social siamo produttori e consumatori, produciamo le informazioni che servono alle aziende per profilarci e siamo consumatori quando visualizziamo le immancabili pubblicità più o meno “tarate sulle nostre abitudini“.

Cediamo più o meno consapevolmente, le nostre identità digitali alle piattaforme in cambio di divertissement in una specie di patto sociale: privacy, trasparenza in cambio di socialità. 

Piattaforme che ci invitano costantemente ad interagire, commentare, condividere, confessare cosa stiamo facendo, cosa pensiamo, cosa abbiamo fatto, a quali eventi ci piace partecipare ma che allo stesso tempo restano opache, non ne conosciamo infatti il funzionamento, parliamo e scriviamo degli Algoritmi che ne governerebbero le logiche ma questi sono sistemi chiusi, privati, protetti da copyright, di proprietà di aziende private.

Notifiche e connessioni h24

La fruizione della rete è cambiata ed è diventata “touch“, le interfacce touch sono più facili da utilizzare fin da piccoli (le interfacce “voice” del futuro lo saranno ancora di più).

Lo Smartphone (utilizzato fin da piccoli, fin da troppo piccoli in tanti casi) diventa il nostro pusher di notifiche, questo dispositivo sfrutta le nostre caratteristiche e i nostri bisogni più profondi.

Non siamo noi a essere privi di forza di volontà, sono gli smartphone, le App, le interfacce ad essere progettate appositamente per stimolarci, attraverso un uso massiccio di dopamina, un neurotrasmettitore che è alla base della motivazione, a conquistare un obiettivo o ricevere un complimento ci fa avvertire una scarica di piacere: un like, un acquisto su un portale.

Le interfacce non sono neutre sono progettate per aumentare la possibilità che l’utente compia una determinata azione.

È la stessa ragione per cui molti di noi stilano una lista delle cose da fare: non solo per ricordarsene, ma anche per avere la gratificazione di spuntarle una volta che sono state fatte e “premiarsi” perché nella “società della performance” si deve misurare qualsiasi cosa, e Google ha già pensato di introdurre la “people card”, un altro modo per invitare gli utenti “spontaneamente” a fornire dati e diventare “brand” come se l’umano fosse riconducibile esclusivamente alla dimensione produttiva-lavorativa e al “mostrare il meglio, a mettersi in vetrina” sulle piattaforme digitali.

I social media hanno imparato a sfruttare nel modo migliore il nostro bisogno di andare a caccia di ricompense, ogni singola volta che otteniamo un like, un commento o una qualunque notifica tutti noi riceviamo infatti una piccola dose, innescando un sistema di rinforzo intermittente positivo. Siamo produttori (e lo facciamo spontaneamente e gratuitamente) sul “cloud” sulla nuvola, che però è concreta: reti fisiche, cavi, data-center, computer, elettricità.

Conoscere è il primo livello della media education

Per sconfiggere il nemico (se così si può dire) ed evitare le “distrazioni digitali”, bisogna rafforzare la nostra conoscenza delle piattaforme, questo il primo passo.

Le notifiche, non spariranno e non pensiamo che si debba evitare di utilizzare la tecnologia.

Non possiamo sperare di difenderci da soli quando dall’altra parte c’è un bazooka algoritmico puntato alla nostra testa ed una serie di dispositivi pensati per collezionare i nostri desideri (o presunti tali), come sempre nessun* si “salva” da sol*.

Non possiamo certo affidarci alla bontà dei “padroni” del mondo di internet che sono guidati dalle logiche del profitto e del mercato e che su questa nostra dipendenza hanno costruito le loro fortune economiche e mediatiche. Ma a nostro giudizio questo NON significa non usare Google ad esempio, anzi, è forse grazie alla creatività che possiamo trovare modi alternativi e creativi di utilizzo, o creare (come già sta avvenendo) piattaforme digitali che rispondono a logiche diverse. I nostri dati possono e devono diventare un “bene comune”.

Per questo secondo noi è fondamentale che quante più persone possibili sappiano di che cosa si sta parlando, per perseguire nel nostro piccolo, questo obiettivo abbiamo deciso di svolgere una indagine per raccogliere informazioni di prima mano, tutti questi dati ci aiuteranno a confrontare le nostre conoscenze maturate attraverso lo studio con la realtà dei fatti incrociandole con interviste sempre nell’ottica di un confronto generazionale (non a caso il nostro primo ebook si chiama “Generazioni a confronto“).

Il risultato finale, si concretizzerà in un secondo ebook, che speriamo vi piacerà anche più del primo.

VAI AL SONDAGGIO – DISTRAZIONI DIGITALI