Intervista di Mirella Castigli ad Eva Ciampelli

In questo nostro e-book parliamo delle Tre D del Digitale nell’anno della pandemia: dipendenze, distrazioni e didattica a distanza (DAD). Tre D che rischiano di trasformare gli adolescenti occidentali in ragazzi eccessivamente connessi, a un passo dal diventare “gli Hikikomori post-Covid”? E se questo è un rischio non troppo remoto, quali consigli possiamo offrire ai ragazzi e alle famiglie preoccupate dal rischio delle dipendenze?

Per risponderti a questa domanda, occorre fare prima chiarezza su ciò che si intende per Hikikomori. “Hikikomori” è un termine giapponese che significa “tenersi in disparte”. È un fenomeno che si riferisce a coloro che si ritirano dalla vita sociale per almeno 6 mesi, di solito molto giovani (14-30 anni). Gli adolescenti dunque, che ne sono principalmente coinvolti, smettono di uscire ed evitano le relazioni sociali di qualsiasi tipo, ritirandosi spesso da scuola e da qualsiasi attività. Contrariamente a ciò che si crede, l’Hikikomori non è causato dalla dipendenza da internet. Infatti, casomai è l’instaurarsi di una dinamica di ritiro sociale continuato che sembrerebbe portare a una maggiore probabilità di utilizzare eccessivamente internet.

Ciò che però potrebbero avere in comune i ragazzi privati della socialità a partire da Marzo a causa della pandemia con gli Hikikomori è la possibile difficoltà a tornare alla normalità e alla quotidianità una volta terminato “l’isolamento forzato”. Rimettersi in moto dopo mesi a livello relazionale in una fase di cambiamenti come l’adolescenza può essere davvero difficile. Al contempo, iniziare ad evitare i rapporti sociali per esempio perché ci si sente “fuori luogo” o “diversi”, porta in un circolo vizioso a aumentare le difficoltà relazionali, e a sentirsi così ancora più “strani”, a disagio e “diversi”. Il ritiro sociale infatti permette in alcuni casi di evitare le richieste e le aspettative sociali, portando provvisoriamente a una sensazione di benessere o di sollievo. Questo forse è proprio quello che potrebbe accomunare un difficoltoso rientro alla “normalità” post pandemico per i giovani adolescenti con gli hikikomori.

In un mondo isolato come quello affetto dalla pandemia, credo che trovare un equilibrio tra ciò che si può definire “dipendenza” e ciò che invece è una “risorsa” sia particolarmente complesso. Penso al fatto per esempio, che gli unici contatti durante la “fase 1” siano stati possibili esclusivamente tramite video chat, anche quando coinvolgevano parenti o amici stretti. Penso all’importanza che ha avuto la DAD per garantire una continuità e una routine nella vita dei ragazzi, e al contempo penso a bambini ore e ore di fronte ad uno schermo, alle difficoltà a seguire le lezioni, ai problemi di connessione, allo stress per i genitori in telelavoro, alle donne che hanno dovuto sacrificare il lavoro.

Penso alle “vite sospese”, quasi messe in pausa.

Anche il “male minore” ha ed avrà delle conseguenze. Ciò che però mi sentirei di dire ai genitori e alle famiglie che vivono o hanno vissuto difficoltà nella gestione dei figli, in cui è presente disagio o forte ritiro sociale, è di non attendere troppo, di cercare aiuto il prima possibile e al contempo di cercare di comprendere cosa accade al proprio figlio. Le dipendenze infatti possono essere una sorta di “rifugio”, una fuga da una sofferenza percepita come intollerabile. Questa può essere “presa in carico” da uno psicoterapeuta o da un professionista della salute mentale.

Siamo partiti dai giovani, perché le scuole chiuse sono sinonimo di “vite sospese”. Ma Dipendenze e Distrazioni colpiscono tutte le fasce d’età. Quali sono le conseguenze psichiche che dobbiamo aspettarci dal prolungato lockdown per motivi sanitari? La politica dovrebbe già programmare qualcosa per far fronte a quest’onda che monta da lontano, ed, eventualmente, che cosa?

L’emergenza sanitaria che abbiamo vissuto e che tutt’ora stiamo vivendo ha portato ad una rivoluzione nella nostra quotidianità e ad un’attenzione selettiva sul virus, portandoci a una condizione di costante allerta e paura. I media comunicano quotidianamente numeri di decessi e la paura filtra da ogni notizia. Già alcuni studi (Huang e Zhao, 2020) hanno mostrato come l’impatto del COVID-19 possa portare a un peggioramento della salute psicologica, incrementando per esempio sintomi depressivi, disturbi d’ansia, ansia generalizzata, disturbi del sonno. Il COVID ha avuto (ed avrà) un forte impatto non soltanto su coloro che lo hanno vissuto “sulla loro pelle”, come i ricoverati nelle terapie intensive e gli operatori sanitari, che potrebbero avere una maggiore probabilità di sviluppare disturbi da stress post traumatico (PTSD), ma anche sulle persone isolate, in quarantena, lontane dai propri cari. Il virus ha provocato infatti numerose preoccupazioni, non tutte relative all’ammalarsi. Basti pensare alle preoccupazioni lavorative ed economiche che ha portato. Molti temono di perdere il lavoro, alcuni lo hanno già perso, ed intravedere una speranza in tutto questo, per sé e per i propri cari, può essere difficile.

In generale la pandemia ha portato e porterà a risonanze psicologiche sull’intera popolazione, che d’un tratto, si è ritrovata tagliata fuori dalla vita sociale, dagli affetti, dalla quotidianità.

Particolarmente deleteria per la salute psicologica è infatti la mancanza di contatto con l’altro, non potersi più baciare, toccare, dare la mano con spontaneità. Lo stare lontano dagli altri sembrerebbe per esempio una delle variabili più importanti per quanto riguarda lo sviluppo di una sintomatologia ansiosa. In quanto esseri umani infatti, non possiamo prescindere dall’altro: davvero siamo animali sociali, che per la sopravvivenza, specialmente ma non soltanto da piccoli, hanno bisogno degli altri esseri umani.

A causa delle conseguenze della pandemia, il disagio e la sofferenza psicologica sono dunque in aumento. L’OMS definisce la salute come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplice assenza di malattia”.

Spesso però la salute mentale è tralasciata, o erroneamente non viene considerata alla stregua di quella fisica. Penso che un aiuto tempestivo in caso di sofferenza psicologica sia essenziale, e penso che dovrebbe essere alla portata di tutti.

Le politiche del nostro Paese dovrebbero considerare che la salute psicologica è un diritto, proprio adesso che la pandemia la mette a rischio. Intervenire in modo capillare potrebbe essere possibile per esempio, con l’introduzione di una figura come quella dello psicologo di base, da affiancare al medico di base che tutti abbiamo. Ciò forse consentirebbe di prendersi cura della persona a 360 gradi, normalizzando il fatto che, in alcuni momenti della nostra vita, può succedere di soffrire di disturbi a base psicologica, e dando consapevolezza del fatto che esistono professionisti della salute mentale in grado di aiutarci.

Durante il primo lockdown le persone danzavano e cantavano in terrazza, applaudivano medici ed infermieri in corsia; durante la seconda quarantena il clima si è invece indurito, fatalmente incupito: le persone si sono rese conto del rischio di perdere il lavoro o di veder ridimensionato il proprio giro d’affari o di dover abbandonare lo stile di vita precedente alla pandemia. Si respirano rabbia e frustrazione. Oltre al fenomeno dei NoVax e dei negazionisti, assistiamo alla proliferazione di Fake News, durante la più grande vaccinazione di massa di sempre. Siamo in grado di affrontare, dal punto di vista cognitivo, questi fenomeni? Ci sono “antidoti” contro quello che intravediamo addensarsi all’orizzonte?

Credo che la “seconda ondata” abbia messo tutti a dura prova. Avevamo “stretto i denti” a Marzo, con la prima quarantena, facendo enormi sacrifici sia per quanto riguarda il distanziamento sociale, la lontananza dai propri cari, che dal punto di vista economico. Forse la seconda ondata, quando il vaccino sembrava ancora lontano, e i casi di nuovo in rapida ascesa, ha aumentato la frustrazione di tutti, specialmente perché nonostante gli enormi sforzi compiuti in primavera, la situazione è apparsa nuovamente catastrofica, come se non ci fosse mai una fine. Quando torneremo ad abbracciarci, quando torneranno le cose alla normalità? Il mondo tornerà ad essere un posto sicuro e prevedibile?

La sensazione è stata quella di dover ripartire da capo, di instabilità perpetua, e forse anche di non poter fare niente per cambiare le cose. Come se ci fosse un senso di impotenza a sopraffarci, tanto forte da richiedere alla nostra mente emozioni più tollerabili. Infatti tutto questo potrebbe talvolta portarci a sperimentare emozioni così intense e percepite come intollerabili da selezionare (più o meno consapevolmente) delle modalità emotive e comportamentali che ci aiutano a “tenerci in piedi”. Alcune persone per esempio potrebbero essere costantemente arrabbiate, insultare tramite social network, scagliarsi contro i politici e il governo, rifiutare il “sistema”. Forse questa rabbia li tiene in qualche modo lontani dalla paura per la propria vita, da un profondo senso di solitudine o di disperazione. .

E poi c’è la paura, che chissà, a volte è talmente potente da far dubitare di tutto e tutti, da far negare l’esistenza del virus, oppure che faccia credere alla prima notizia che circola sul web.

Sebbene in quanto esseri umani sia naturale la tendenza a ricercare maggiori esperienze piacevoli e allontanarsi dal dolore, quello che possiamo provare a fare è cercare di convivere con le emozioni che sembrano a volte sopraffarci, riconoscendole e lasciandole andare, anziché instaurarci una lotta per sopprimerle. Entrando in contatto con noi stessi e ascoltando anche le nostre emozioni spiacevoli potremmo avere importanti informazioni su noi stessi e sul nostro ambiente, preparandoci ad azioni più efficaci e utili.

La paura per esempio ci aiuta ad affrontare un pericolo e a sopravvivere, la tristezza ci aiuta a cercare strategie diverse per raggiungere i nostri obiettivi. A volte quando le emozioni “negative” sono molto intense cerchiamo di sopprimerle, ma così facendo non otteniamo che di alimentarle. Possiamo al contrario imparare a riconoscerle per poi osservare il loro decrescere e diminuire, senza opporvi resistenza, soltanto notando che sono là. Assumendo un atteggiamento non giudicante verso noi stessi, infatti, potremmo scoprire che il nostro andamento emotivo tende a raggiungere un picco ma successivamente a diminuire dopo pochi minuti, se non tentiamo di resistergli.

Per concludere, non credo che esista un antidoto che elimini la nostra sofferenza, ma una modalità mentale e gli strumenti per alleviarla consentendoci di vivere serenamente la nostra quotidianità, sì. Ciò può avvenire tramite la relazione terapeutica con uno psicoterapeuta, laddove la persona non sia attualmente in grado di fare appello alle proprie risorse.

In vista di un vaccino che sembrerebbe consentirci l’uscita da questo periodo critico, si iniziano a intravedere i primi segnali di speranza. Tuttavia cerchiamo di accettare in maniera non giudicante i nostri alti e bassi ancora presenti, e le possibili difficoltà di tornare alla normalità. Permettiamoci di esperire le emozioni, positive o negative che siano. In questo modo potremmo essere in grado di poter man mano riacquisire e riorganizzare la nostra vita nel modo più benefico possibile.

Eva Ciampelli, classe 1991, Psicologa. Studentessa specializzanda come Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale presso la Scuola di specializzazione “Scuola Cognitiva” di Firenze. Mamma di Nicola da pochi mesi.

Fonti:

Hikikomori: caratteristiche, storia e possibili cause del fenomeno (stateofmind.it)

Chi sono gli hikikomori? | Hikikomori Italia | Associazione Nazionale

Emergenza Covid-19 e isolamento sociale: il perché biologico e filogenetico dell’impatto sulla salute mentale (di Grazia ATTILI) – Apertamenteweb.com

Bessel van der Kolk: Nutrire la nostra salute mentale durante la pandemia di COVID-19 | aisted

Covid-19: l’impatto emotivo della pandemia – Partecipa alla ricerca (stateofmind.it)

Huang, Y., & Zhao, N. (2020). Generalized anxiety disorder, depressive symptoms and sleep quality during COVID-19 outbreak in China: a web-based cross-sectional survey. Psychiatry research, 112954.

Nota a cura diVincEnMarco

C’è un’emergenza da affrontare che è quella del supporto psicologico a giovani e giovanissimi in primis intervenendo nelle scuole: annunciando il nuovo ebook per Settembre dopo ‘Generazioni a Confronto’ Net Reputation vuole dare il suo contributo anticipando degli interventi di esperti del settore.

Dopo ‘Generazioni a Confronto’ ci apprestiamo per Settembre 2021 ad auto-produrre un nuovo ebook-audio-attivo titolato ‘le 3D del Digitale: Dipendenze Disinformazione Distrazione’ con interventi di esperti del settore, risultati statistici derivanti dal nostro sondaggio e testimonianze (ci sarà una grande novità in merito 😉 ma nel frattempo… nessun dorma! Non ci possiamo, come società, permettere il lusso di non prepararsi adeguatamente alla riapertura dell’anno scolastico e per questo ospitiamo, grazie all’impegno ed all’interessamento della giornalista Mirella Castigli, due interventi molto qualificati che suggeriscano con forza l’esigenza di predisporre dei supporti psicologici ed un approccio ragionato verso la DAD – come recentemente discusso su ‘Radio Diffusa’ – per non ritrovarsi a Settembre a gestire, di nuovo, una situazione in emergenza.

Introduzione agli interventi degli esperti a cura di Mirella Castigli

Le vite sospese dei ragazzi nell’anno della pandemia. Le proposte di psicologi e psicoterapeuti per tornare a vivere

L’Art. 34 della Costituzione italiana afferma che la scuola è aperta a tutti. Ma nell’anno della pandemia, dal primo lockdown nel marzo 2020, le scuole sono state più chiuse che aperte, delegando l’insegnamento alla Didattica a distanza (DAD), una modalità che può essere svolta da remoto, permettendo a studentesse e studenti di partecipare alle lezioni quotidiane via computer o tablet o smartphone dalle proprie camerette (o per i
più fortunati dalla terrazza di casa, dal giardino o – rimarrà nella memoria collettiva l’immagine,
ritwittate dai giornali dell’occidente – della bambina in mezzo alle sue caprette nelle valli bergamasche…). La DAD – o meglio la didattica mista (o blended) – potrebbe rappresentare un modo innovativo per fare scuola, soprattutto in grado di contrastare l’odioso fenomeno dell’abbandono scolastico (i NEET, i ragazzi che non vanno né a scuola né lavorano, una piaga italiana e del Sud Europa) e di aggiornare la didattica nell’era delle tecnologie, ma purtroppo in Italia, nonostante l’enorme impegno profuso dagli insegnanti, non è riuscita a
convincere delle sue potenzialità, ed è rimasto un surrogato per riempire le ore di tanti ragazzi nelle lunghe settimane delle scuole chiuse.

Riaprire le scuole in sicurezza si può. Servirebbero: sistemi di ventilazione meccanica e di purificazione delle aule, un distanziamento di due metri, tracciamento efficace (ciò che è saltato fin dal termine del primo lockdown a inizio maggio 2020), DPI adeguati (mascherine FPP2 e non le chirurgiche regalate dallo Stato agli studenti).

Ma nessun Ministro dell’Istruzione ha mai garantito tali misure di sicurezza, e dunque le scuole rimangono chiuse in zona rossa e, anche quando riaprono, le classi ritornano in quarantena al primo contagio. Sia chiaro: sbagliano gli “estremisti anti DAD” che non hanno mai proposto soluzioni che consentano il rispetto del diritto alla salute (i ragazzi infetti sono un veicolo di contagio sia per i docenti che per le famiglie a casa); ma, sicuramente, soffrono le nostre ragazze e i ragazzi rinchiusi nelle camerette (quando hanno la fortuna di possederne una propria e di non doverla condividere coi fratelli o addirittura non dormono su divani-letto in salotto, senza godere di uno spazio privato in cui poter seguire la DAD in pace).

Parto dalla DAD perché il diritto allo studio è fondamentale alla crescita dei nostri studenti che in quel luogo fisico che è la Scuola imparano non solo nozioni e concetti utili alla loro formazione e al loro bagaglio culturale, ma è soprattutto il luogo in cui imparano a percepirsi come parte di una comunità, in cui il confronto alla pari coi coetanei diventa un tassello fondamentale per costruire relazioni umane e infine il luogo in cui si sperimenta la propria individualità nella collettività, insomma l’inizio del nostro percorso di essere umani come “animali sociali”.

E, negli anni di sviluppo e crescita, un periodo così lungo “perso” di scuola potrebbe avere impatti sociali e personali, a livello psichico, di cui si hanno, a dodici mesi dal primo lockdown, i primi dati. Dal mese di ottobre 2020 ad oggi (aprile 2021) si è registrato un incremento dei tentativi di suicidio ed autolesionismo del 30 per cento rispetto agli precedenti. Numeri che fanno male al cuore di tutti noi e gridano vendetta.

Per molti, forse troppi ragazzi, la scuola, supporto educativo e sociale ineguagliabile, rappresenta anche l’unico luogo in cui aprire un dialogo aperto e franco con adulti (i docenti), in quanto le famiglie, distratte dal lavoro e dalla crisi economica, non sempre ascoltano i ragazzi, i loro disagi, i loro successi o fallimenti, le famiglie non sempre tengono aperto il dialogo con i figli adolescenti.

Per molti ragazzi, la scuola è anche l’unico luogo in cui ricevono un pasto completo ed adeguato dal punto di vista della piramide alimentare, perché a casa non sempre si mangia in maniera equilibrata o mancano addirittura cibi essenziali per la crescita, a causa di problemi economici o di altra natura.

Arriva infatti dal Consiglio Nazionale degli Psicologi l’allarme sulla tenuta della salute mentale delle nostre ragazze e ragazzi, privati del contatto con i propri coetanei non solo a scuola, ma anche nello sport e nelle attività ludiche ravvicinate. Privati della libertà, con le loro vite sospese – pericolosamente – nel vuoto, fra sogni e bisogni, i nostri figli hanno trascorso un anno che a nessuna generazione precedente è toccato mai vivere. Neanche in tempo di guerra.

Forse noi adulti non abbiamo saputo raccontare ai figli e ai nipoti che questa difficile e subdola pandemia, che nel mondo continua a mietere vittime (2,8 milioni nel mondo, 111mila in Italia mentre scrivo), dovrebbe diventare l’occasione per rivedere le priorità: imparare che un libro, un concerto online, un film, uno spettacolo teatrale in streaming sono momenti di condivisione e crescita, la lettura è una delle nostre migliori amiche, imparare una nuova lingua o a suonare un nuovo strumento musicale, magari in un corso online con altri coetanei, sono un lusso che accompagnerà i momenti felici della nostra vita futura; che in quest’anno “perduto”, in cui abbiamo avuto fin troppo tempo per noi, avremmo potuto affrontare sfide come le Olimpiadi di Matematica e Fisica per scoprire magari attitudini che credevamo di non riuscire a coltivare; che questo tempo dilatato all’infinito potrebbe servire per guardarsi dentro, fare introspezioni e lavorare su se stessi, e magari apprezzare i legami affettivi con le famiglie, mettere via lo smartphone e dare finalmente senso allo stare insieme, e anche contattare con mezzi diversi gli amici più cari e perfino scoprirne di nuovi, stranieri, in un gaming online in sicurezza. Finite le vaccinazioni, torneremo alla normalità. Ma come torneremo? E come torneranno i nostri studenti? La parola passa agli esperti.